Abbandoni scolastici, uso di droghe leggere, abuso di alcool, vandalismi, furti, scippi, aggressioni a persone, tentativi di suicidio, spaccio di droga, atti di mafia e di camorra sono solo alcuni dei comportamenti trasgressivi messi in atto dai giovani nel nostro Paese.
Il 39% degli intervistati, su un campione di duemila giovani di età compresa tra i 14 e 21 anni, rappresentativo della popolazione giovanile, hanno compiuto almeno una volta una delle azioni sopra elencate, e il 37% denuncia che tali azioni sono molto o abbastanza diffuse fra i loro conoscenti. È quanto emerge da una recente ricerca sul disagio giovanile della Fondazione laboratorio per le politiche sociali (Labos). Diffuse difficoltà ed elementi di disagio che si esprimono in forme e modi diversi e che trovano le loro cause prime nella famiglia disgregata, nelle incomprensioni e nelle conflittualità con i genitori e con gli insegnanti, nelle innumerevoli incertezze che provengono dalla società di oggi.
Ma alta è anche la fiducia data a valori altruistici come la giustizia sociale, la tutela dei più deboli, la disponibilità ad aiutare gli altri e l'affermazione di valori quali: la libertà, l'essere sano, il rispetto di sé, il credere nella propria dignità, la sicurezza familiare. Una realtà multiforme e complessa, che lascia spazio a diverse prospettive, ma che evidenzia in modo innegabile uno stato di difficoltà di una parte non modesta del mondo giovanile. È difficile immaginare nell'immediato futuro un progetto politico, culturale ed etico che coinvolga i giovani-adolescenti come vera e propria categoria sociale più che come una breve fase transitoria della vita, così come è oggi.
Un futuro migliore e ad oggi ancora sognato, sperato, desiderato e il coraggio, che ai giovani è sempre necessario per guardare al di là del mediocre presente e per non arrendersi alle sconsolanti evidenze, oggi forse non basta più.
La famiglia rimane, comunque, al primo posto nelle aspettative delle nuove generazioni.
Quale impegno, allora, è possibile per dar forza a questo elemento? Quali responsabilità e quali iniziative possono essere sollecitate alle Istituzioni pubbliche e alla politica? L’ho chiesto all'On. Antonio Guidi, Ministro per la famiglia e la solidarietà sociale, nel tentativo di offrire un panorama più preciso della situazione.
Più di una ricerca evidenzia diffuse difficoltà e disagi tra i giovani-adolescenti del nostro Paese che si esprimono in forme e in modi diversi: abbandono scolastico, uso di sostanze stupefacenti, conflittualità gravi con i genitori e con gli insegnanti, depressioni, suicidi, atti delinquenziali, prostituzione, ecc... Cosa ne pensa?
“È bene evidenziare i disagi ma è anche corretto sottolineare che c'è un mondo di solidarietà e di intervento in favore dei più deboli. È giusto denunciare il disagio, ma queste voci dovrebbero essere meno allarmistiche e più propositive: è troppo comodo denunciare quello che non va e nello stesso tempo proporre così poco. Credo quindi che le proposte migliori vengano proprio dagli adolescenti, che chiedono più spazi di vita, di attività, più tempo a loro disposizione e programmi più adatti alla loro realtà; proposte però che l'adulto è poco disposto ad ascoltare. Perché diciamoci la verità, già da bambini questi futuri cittadini del mondo vivono una realtà schizofrenica, noi adulti concediamo loro molto a livello materiale ma troppo poco come tempo e comunicazione intergenerazionale. Diamo loro una scuola, ma non programmi adeguati, poco legati all'informazione. Così i giovani di oggi si informano da altre fonti. Ma la scuola dovrebbe essere anche e soprattutto formazione, e preparazione ad una realtà così complessa. Inoltre la famiglia (che dovrebbe essere la prima agenzia non solo di informazione ma di formazione) ha in parte abdicato al proprio ruolo. Da tutto ciò nasce dunque il disagio dei giovani che assume forme estreme nella negazione della propria vita sotto varie forme. Ma questo disagio va gestito, non va criminalizzato e deve dare frutti, con la concretizzazione di proposte che nascono dal dolore e dalla solitudine ma anche con lo spazio dovuto ai giovani che nonostante tutte le difficoltà danno tanto con il loro impegno a questa società”.
Quasi il 50% dei giovani intervistati pone al primo posto delle cause del disagio la famiglia disgregata: coppie separate, divorzi in continuo aumento, conflittualità all'interno della coppia, una famiglia non tradizionale (cioè senza entrambi i genitori). Cosa ne pensa?
“Alla conferenza mondiale del Cairo su Popolazione e Sviluppo che ha visto riunite culture, religioni ed idee diverse, la famiglia è stata definita "mattone fondamentale della società". È quindi il momento di chiarire un equivoco culturale che indicherebbe fuori moda chi crede nella famiglia, spesso ancora considerata in Italia un valore del passato e non del presente in aperta contraddizione con i concetti moderni. Esistono però problemi materiali: la mancanza di crediti agevolati per chi vuol mettere su famiglia, la difficoltà di alloggio e soprattutto questo grande periodo di attesa tra la fine della formazione e dello studio, e l'inizio di una attività lavorativa stabile. È evidente che in un quadro così difficile dal punto di vista materiale e culturale, la famiglia non ha ancora riacquistato quella centralità che dovrebbe avere non solo per motivi psicologici e morali, ma fisiologici e sostanziali. E in quest'ambito abbiamo moltissime famiglie "corte", addirittura cortissime, monoparentali e la presenza di tantissimi figli unici. In Italia inoltre si fanno sempre meno figli, o si fanno dopo molti anni di unione, nella convinzione che un figlio possa arrivare a limitare la libertà dei genitori. Purtroppo però quando è tardi molto spesso la donna non riesce più ad avere figli in modo naturale e si assiste così a strani esperimenti ginecologici che io considero poco accettabili. Molto più accettabili sono in questi casi l'adozione o l'affido, ma non sperimentazioni che considerano la donna come un'incubatrice.
Per quanto riguarda i giovani, una società urbana rende difficili i rapporti con i coetanei, con i genitori spesso assenti e senza fratelli o sorelle su cui distribuire i sentimenti”.
Al secondo posto delle fonti del disagio i giovani indicano la mancanza di valori. Cosa possiamo dire?
“Gli adulti nell'occidente non hanno dato un buon esempio: avevano a disposizione la possibilità di far scoppiare la pace e la pace non è ancora scoppiata; avevano ed hanno tutt'ora la possibilità di coniugare la scienza con un miglioramento della qualità della vita, nel rispetto dell'ambiente e ancora siamo in attesa, se non delusi quanto meno disillusi dalle promesse della scienza. Si attendeva dagli adulti soprattutto un esempio pedagogico. Nell'occidente, il godimento dei beni materiali è un obiettivo ormai raggiunto. Una maggiore attenzione alla comunicazione con i giovani doveva costituire un esempio di gestione pedagogica della cosa pubblica più aderente alla realtà e alla morale. Purtroppo abbiamo deluso su tutti i fronti, quindi sono saltati i modelli di riferimento, il giovane oggi non a caso, non avendo punti di riferimento certi nella cosa pubblica, tranne in casi particolari, si attacca a personaggi carismatici che possono essere leader positivi o leader negativi, quindi un grande cantante rock, un calciatore, uno sportivo non sono più solamente persone che ci fanno sognare, bensì modelli da prendere ad esempio. Ed il rischio è che si ripetano situazioni che, in un periodo anch'esso di grande sbandamento, hanno portato James Dean ad essere un esempio per giovani, con frutti non certo positivi. Ma è doveroso guardare anche l'altra parte della realtà: tantissimi giovani che proprio per la fede in se stessi e per la fiducia nel futuro, compiono atti di straordinaria volontà, riescono negli studi, nel lavoro, in queste imprese così "difficili" nonostante tutto, e poi insisto compiono tante azioni di volontariato, quello grande, quello associativo, ma anche quello della quotidianità. C'è tutto un continente inesplorato di voglia di vivere e di stare insieme di comunicare e di positivo proprio dei giovani. Una volta, si prendevano a modello gli adulti, oggi i giovani cercano modelli tra di loro per comporre la società del futuro”.
Un'altra causa del disagio giovanile, da non sottovalutare è la massa considerevole di informazioni e di spettacoli televisivi, spesso violenti, che tengono imprigionati, in media tre ore al giorno, oltre il 30% dei giovani. Quali le possibilità di intervento?
“Intanto dobbiamo dire che oggi i ragazzi per stare con l'adulto vanno a letto più tardi perché i genitori tornano a casa più tardi, e quindi vedono anche la televisione degli adulti e soprattutto vedono una cronaca fatta di violenza perché la violenza fa parte del nostro mondo. Ma c'è anche un eccesso di compiacimento, quasi per elevare l'audience, nello scoop del negativo e mai nella valorizzazione non finta ma coerente con le cose che accadono nel mondo del positivo. Detto questo occorre dire che la televisione è un'arma a doppio taglio. Da un lato può essere estremamente positiva non tanto per formare ma per informare, non certo per gestire a livello unilaterale un bambino o un ragazzo solo davanti alla televisione, ma più persone che guardano la televisione discutendola. Lo schermo televisivo non è la baby-sitter che tiene ipnotizzate tante persone.
La sfida del duemila è quella di ricreare le piazze nelle grandi città, centri di accoglienza, centri di animazione, l'associazionismo giovanile che induca i ragazzi a stare più tempo fuori di casa insieme agli altri e più dentro casa insieme agli adulti. Rispetto ai programmi televisivi direi che certo dovrebbe esistere finalmente una rete di programmi a misura dei ragazzi che vogliono avventure, fiction, fumetti ma anche informazioni vere. Contemporaneamente (ed è per questo che abbiamo creato un osservatorio per la comunicazione sociale) occorre creare degli spazi dove i ragazzi, i bambini possano ricevere un'informazione a loro misura o addirittura facciano informazione. Perché no! Bambini e ragazzi impegnati ad informare i loro coetanei autogestendo spazi che la televisione, pubblica e privata e i giornali dovrebbero mettere a loro disposizione”.
Oltre il 60% degli intervistati tra i maschi e le femmine indicano come primo intervento efficace l'esigenza di non essere emarginati e di aiutare le famiglie in difficoltà. Cosa ne pensa?
“Come Ministro posso esprimere l'esigenza che certi valori di solidarietà che partono dalla famiglia dovrebbero essere più concreti sia a livello di azioni degli enti locali, e di chi amministra, sia a livello di mass-media che ancora enfatizzano troppo il vincente creando una schizofrenia tra chi vince e diventa inarrivabile e la quotidianità che sembra qualcosa di depressivo. Invece diventa una quotidianità estremamente affascinante se valorizzata in tutte le sue forme e in tutte le sue realtà. Il sostegno alle famiglie è indispensabile, da questo punto di vista in concerto con gli altri ministeri ho già attivato tutta una serie di sostegni che vanno da quello economico a quello fiscale, a quello abitativo per famiglie in difficoltà, famiglie numerose, con handicap, con anziani o povere o famiglie che non hanno possibilità di avere un alloggio. Comunque se non si crea una rete di ascolto di tutte le fasce con difficoltà, non si può costruire quella società solidale che sola può dare spazio alle ansie, alle frustrazioni, ma anche ai sogni e alla gioia di vivere dei giovani”.
© AF, dicembre 1994
Nessun commento:
Posta un commento