sabato 13 settembre 2008

Scuola una riforma necessaria ma non sufficiente


Dire che la scuola è in crisi, può voler significare cose diverse forse anche contraddittorie. Considerare la crisi come normale consapevolezza di una necessaria condizione di rinnovamento, in qualche modo presente in ogni epoca, ma accentuata nella nostra per la rapidità di sviluppo del mondo del lavoro e delle innovazioni tecnologiche e per le trasformazioni sociali, culturali, politiche ed ideali pare insufficiente.

La crisi della scuola è una crisi di credibilità, dovuta in parte indubbiamente alle mutate aspettative e richieste sociali nei suoi confronti, in parte dovuta alle difficoltà che incontra la vecchia istituzione ad aggiornarsi rispetto alle nuove esigenze. I dati aggiornati e comparati sul deficit di conoscenze della popolazione attiva nel Paese è, a dir poco, drammatica. Nella popolazione tra i 25 e i 64 anni il 72% è sprovvisto del titolo di studio post obbligo contro il 48% della Francia, il 32% del Regno Unito, il 28% della Germania ed il 16% degli Stati Uniti. Di questo 72% circa il 40% ha terminato solo il ciclo primario delle scuole elementari e quindi è in una situazione subculturale che non consente una normale interazione con l'ambiente ed il sistema di vita attuale.

La necessità di un profondo riassetto dell'intero sistema formativo costituisce sicuramente una delle questioni politiche ed organizzative più rilevante del Paese. In quasi 150 anni abbiamo conosciuto solo due riforme autentiche: quella Casati del 1859 e quella Gentile del 1923. Da allora si sono moltiplicati ritocchi, talvolta anche significativi, non sostenuti però da un'idea guida, ma inclini a cedere alle spinte del momento. Il Documento di riordino dei cicli formativi, un progetto di riforma della scuola presentato dal ministro Luigi Berlinguer ha riportato al centro del dibattito politico e culturale il tema dell'istruzione e della sua importanza nel panorama dei problemi del Paese.

Siamo ai primi passi di un cammino che si annuncia quanto mai arduo. Il documento disegna una scuola inattesa, innanzi tutto scuola obbligatoria da cinque a quindici anni. La durata dell'obbligo scolastico si innalza dagli attuali otto anni ai futuri dieci anni, cioè a cominciare dall’ultimo anno di materna. Niente più elementari, medie e superiori, al loro posto un ciclo primario (dai sei ai dodici anni) ed un ciclo secondario (dai dodici ai diciotto anni). All'inizio del ciclo secondario c'è un anno di orientamento generale che comprende un ventaglio allargato di opzioni disciplinari. Dopo di che bisogna scegliere il biennio di orientamento mirato (classico, scientifico, artistico, tecnico, ecc...) soltanto alla fine di questo biennio (a quindici anni) volendo si può smettere di studiare o decidere di accedere ai corsi professionali di base. Altrimenti restano altri due anni, sempre suddivisi per indirizzo, al termine dei quali si accede all'esame per conseguire il titolo di studio che consentirà l'accesso all'Università. I programmi sono tutti da scrivere, anche se è stata nominata una commissione di trentanove componenti "tecnici" e "personalità esterne" che dovranno indicare i criteri e le linee generali ai quali attenersi per la loro riscrittura.

I dubbi e le perplessità sull'ipotesi di scuola delineata da Berlinguer, pur nella esigenza di una riforma organica e completa sono molte. Poco chiari o completamente ignorati sono i temi quali l'autonomia di scelta dei contenuti di studio, l'introduzione di nuove materie (informatica, cinematografia, televisione, pittura, teatro), la qualità dell'insegnamento e la formazione degli insegnanti, l'aggiornamento della nostra tradizione pedagogico didattica, la parità scolastica tra gli istituti statali e non statali, lo squilibrio tra le risorse finanziarie destinate alla scuola dell'obbligo e quelle per le scuole superiori e l'università. Innanzi tutto l'anticipo scolastico a cinque anni non è condivisibile. Se per alcuni bambini l'anticipo può esser soluzione valida, per i più sarebbe una forzatura inutile e controproducente. Se è vero che i bambini oggi sono più svegli e più attenti, non è altrettanto vero che i tempi fisici ed intellettuali siano uguali per tutti. I tempi di crescita di ciascuno non vanno forzati, essendo i bambini diversi gli uni dagli altri, soggetti unici e irripetibili. Inoltre, l'apprendimento e la socializzazione - argomenti citati a sostegno - avvengono regolarmente, ma senza inutili forzature anche nella scuola materna, attraverso il gioco e mediante la libera e gioiosa scoperta di sempre nuovi modi di stare insieme. Non si può generalizzare. In questo senso la scuola materna non va mutilata, ma difesa e potenziata. La decisione di fare anticipare o meno il ciclo scolastico obbligatorio deve essere lasciata alla libera scelta dei genitori, confortata dal giudizio espresso dall'insegnante della scuola materna frequentata, che più di ogni altro hanno le responsabilità e le conoscenze dirette delle reali potenzialità ed esigenze formative ed educative del bambino.

Pericolosa ed apparentemente incomprensibile è la tendenza che emerge dalle proposte di Berlinguer di concedere agli istituti la piena autonomia di scelta dei programmi scolastici, oggi per l'insegnamento della storia e probabilmente domani per la lingua italiana, la letteratura e la filosofia. Tutto ciò contribuisce a far venir meno un sistema unitario nazionale di istruzione e a smarrire (o riadeguare politicamente, nel tempo) l'identità culturale , ideale e storica del Paese.

L'unico problema affrontato dal ministero è quello della ristrutturazione dei cicli dell'istruzione giovanile, ma non si può definire l'architettura dei cicli senza aver strutturato l'istruzione permanente degli adulti. I segmenti dell'istruzione dell'infanzia e dell'adolescenza hanno diversi caratteri ed obiettivi in relazione al tipo di sviluppo nel tempo degli interventi di riscolarizzazione, di formazione al lavoro, di formazione professionale e di formazione culturale dell'età adulta.

La formazione professionale è un altro tema poco approfondito e confusamente delineato, ancora una volta è considerata a se stante e come una specie di cassa di compensazione del disagio sociale ed educativo invece che integrata nel più ampio contesto del sistema di istruzione ed in particolare in quello permanente degli adulti. Un semplice riordino della legge 845 del 1978 che attualmente disciplina la formazione professionale non rappresenta certamente una soluzione. Occorre sfatare l'idea che solo attraverso i corsi post-secondari si possano risolvere i problemi di professionalità degli adulti ed avere il coraggio di entrare secondo gli orientamenti del libro bianco Cresson (Le sfide e le vie da percorrere per entrare nel XXI secolo) in una prospettiva di formazione permanente. Manca inoltre, un pronunciamento chiaro ed aperto sui programmi scolastici, sull'educazione dei giovani che si intende raggiungere, sui compiti della scuola in rapporto all'alunno, all'insegnante, al mondo del lavoro e non per ultimo sul problema della reperibilità delle risorse finanziarie.

Il documento Riordino dei cicli scolastici è stato presentato dal Governo come proposta di lavoro, aperta alla più ampia discussione ed alle proposte dei dirigenti scolastici, dei docenti, degli uomini di cultura, delle famiglie, delle associazioni culturali e sociali. Ma ancora oggi, a due mesi dalla conferenza stampa di presentazione della riforma, c’è un silenzio diffuso. Le famiglie, gli intellettuali, gli operatori del settore, le forze politiche di opposizione e gli stessi media (al di là della novità della notizia) non si accorgono di nulla, non incalzano e non stimolano criticamente il Governo, a conferma della diffusa insensibilità per le tematiche educative che caratterizza da sempre il nostro Paese. Dalle dichiarazioni pubbliche del ministro, si evince l’intenzione di procedere a tappe forzate, dalla proposta al disegno di legge, quindi all’iter parlamentare arrivando all’approvazione di una legge conclusiva che diverrà esecutiva a partire dall’anno scolastico 1998-99. C’è il pericolo di una riforma affrettata e non partecipata su una materia così delicata e vitale per il Paese e questo non può che causare danni educativi, culturali ed economici. C’è il pericolo di un bisogno di rinnovamento disatteso, che rischia di mettere in difficoltà un sistema scolastico e formativo sicuramente precario, ma pur sempre capace di dare risposte valide alla società che cambia.


© AF, aprile 1997

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